Birdman

Birdman, Alejandro Gonzalez Iñarritu (2014)

 

“To the Film Industry in Crisis”
Frank O’Hara


Si è inevitabilmente indotti a pensare che Birdman sia una parodia, l’ennesimo film meta-cinematografico, meta-teatrale, meta-narrativo, meta-ecceteraeccetera, e invece no. Il film di Inarritu sembra prendersi sul serio (un po’ troppo per essere una commedia che non fa neanche troppo ridere). Va bene, ha vinto quattro Oscar ma questo, in fondo, non significa nulla.

Gli Academy Awards sono come lo Strega. Sì, la regia è strepitosa, i piani sequenza fanno venire i brividi, la fotografia travolge i nostri immaginari stanchi, il cast è straordinario… e diciotto milioni di dollari sono, tutto sommato, un budget striminzito per Hollywood. Come se non bastasse, la pellicola prende in giro – o cerca, goffamente, di prendere in giro – l’industria che l’ha prodotta. Chapeau bas. Anche la tematica è interessante: i confini sottili tra reale e iper-reale (o quello che qualcuno potrebbe definire “fittizio”), le labili coordinate della percezione temporale, l’ironia della sorte che si muove tra l’aspettativa e il destino che ci siamo creati, la volontà, la verità, i possibili e sovrapposti piani d’azione e di analisi ontologica e narrativa, tutto benissimo, tutto giusto, interessante e mozzafiato, tutto già visto. Ormai non esiste più niente di originale, certo, ma questo non dovrebbe giustificare la punizione di queste quasi due ore sottratte alla vita dello spettatore, che sembrano molte di più, in effetti, a conferma del riuscito dispiegamento di almeno uno degli interrogativi che ci propone un po’ troppo esplicitamente il film.

Tuttavia con Birdman, Iñárritu è riuscito a rendere popolare un certo genere filmico dedicato quasi esclusivamente al cinema di nicchia. Se questo fosse davvero il suo intento, non sarebbe poco, ma il dubbio rimane. Non emoziona, nonostante la tecnica, non spaventa, perché il drammatico è sempre trasformato in comico e come nei cartoni animati nessuno si fa mai male, la vita reale diventa cinema e il cinema diventa vita reale, l’elemento magico fa continuamente e spudoratamente l’occhiolino alla nevrosi, in un meccanismo già ben noto al romanzo di fine ottocento e portato agli estremi da un certo filone di non-, o auto- (che dir si voglia), fiction (si pensi a Lunar Park di Bret Easton Ellis, anno 2005). La scena del volo liberatorio di Riggan tra i grattacieli di New York non commuove come commuoveva lo sgangherato volo di E.T. (1982) o di Totò ed Edvige in Miracolo a Milano (1951). Perché? È quello che chiede anche Mike Shiner, il coprotagonista del play, subito dopo la prima di una lunga serie di anteprime, al regista: "Perché proprio Carver?" E in tutta risposta, Riggan, tira fuori dal portafoglio un pezzo di carta ripiegato con cura. Conserva una dedica dello scrittore: “Thanks for an honest performance – Ray Carver”. Momento platealmente melodrammatico, dove Riggan fa proprio quello che un attore non dovrebbe fare mai fuori dalla scena, una cosa che solo un personaggio potrebbe permettersi: si prende penosamente e intimamente sul serio. Lui ha deciso di diventare un attore dopo quel messaggio, dice. Ma Riggan non è diventato un eroe, è diventato un supereroe di Hollywood e forse attori non si diventa, attori si nasce e Mike, che attore lo è, ovviamente, lo umilia. “È stato scritto su un tovagliolino da bar” – dice – “Era ubriaco.” Perfetto, ci piace Mike e adoriamo Edward Norton, ma se le cose che Raymond Carver scriveva da ubriaco avessero meno valore di quelle che scriveva da sobrio, allora potremmo benissimo fare a meno di tutta la sua opera, e invece… Questo discorso sulla "vera realtà" è paradossale. Dato che l’unica vera realtà, per Mike, è quella che si compie e si consuma sulla scena, sancita dalla sua unica, iconica, estrema erezione durante la filata, con una pistola puntata addosso. Quindi, se per Mike l’unica realtà, l’unico recinto spazio-temporale in cui riesce a vivere, è in ultima analisi la finzione, come può dire che il messaggio di Carver sia meno valido solo perché scritto dopo parecchi bicchieri di gin in uno stato di lucidità alternativa? Ma alla fine dei conti, a chi interessa?

 

Uscito su Recencinema.